referio Camorra,L'attentato contro Sigfrido Ranucci Attentato a Sigfrido Ranucci: chi sono i mandanti?

Attentato A Sigfrido Ranucci: Chi Sono I Mandanti?

Attentato Ranucci
(I LINK AI DOCUMENTI ALLEGATI SI TROVANO IN FONDO ALL'ARTICOLO)

Il 26 giugno 2026 c’è stata una svolta significativa nelle indagini sull’attentato dinamitardo che ha colpito il giornalista e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. A distanza di oltre otto mesi dalla notte del 16 ottobre 2025, i Carabinieri del Comando Provinciale di Roma hanno eseguito quattro misure cautelari nei confronti di altrettanti soggetti, ritenuti gli esecutori materiali dell’esplosione avvenuta davanti all’abitazione del giornalista a Pomezia (Roma). In quanto ai mandanti, qualche pista ci sarebbe, ma gli inquirenti ancora non si sbottonano.

Il commando e l’inchiesta

L’operazione, coordinata dal PM Carlo Villani e dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Roma, ha portato all’arresto di una giovane coppia di Avella (Pellegrino D’Avino, in carcere, e Marika De Filippis, ai domiciliari), insieme a Saverio Mutone, residente a Sperone, e Antonio Passariello, originario di Cicciano.

Le indagini, definite dagli inquirenti “particolarmente complesse”, hanno richiesto un meticoloso lavoro di analisi tecnica. Fondamentali per la ricostruzione dei fatti sono stati:

L’analisi incrociata dei sistemi di videosorveglianza: Le telecamere sulla SS 148 “Pontina” hanno permesso di individuare e tracciare la Fiat 500X utilizzata per il viaggio dalla Campania verso Roma.

Il tracciamento dei tabulati telefonici: I dati dei ripetitori hanno confermato che i cellulari in uso al gruppo seguivano il medesimo percorso dell’auto, sia durante il sopralluogo preparatorio che la notte dell’attentato.

Rilievi tecnico-scientifici: L’esame dell’esplosivo – definito “gelatina da cava”, materiale obsoleto ma dalla straordinaria potenza distruttiva – ha fornito indizi cruciali sull’esistenza di una rete illecita di approvvigionamento.

Un atto “su commissione” con metodo mafioso

Il quadro che emerge dagli atti dell’inchiesta del GIP di Roma è allarmante. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di detenzione e porto di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, il tutto aggravato dal metodo mafioso.

Gli investigatori ritengono che il commando abbia agito dietro specifico compenso economico, su mandato di terze persone. Oltre all’esecuzione, i mandanti avrebbero garantito una complessa rete di protezione, fornendo fondi, schede SIM dedicate, assistenza legale e pianificando una possibile fuga all’estero per gli esecutori. Gli indagati hanno tentato più volte di depistare le indagini effettuando “bonifiche” alla ricerca di microspie e concordando linee difensive omertose.

I mandanti

Nell’ordinanza del Tribunale di Roma, si parla anche di una email recapitata da un anonimo al PM Villani (poi trasferito a Velletri). L’email recita:

“Spett. Dott. Villani,
Vi do una mano a prendere quel deficiente ha fatto quel casino fuori casa di ranucci…non sto’ scherzando…ma se me lo vendo è perché lui ha lavorato per il clan Moccia di Afragola senza avvisare ai compagni che ha intorno e con i quali fa altre attività malavitose che a lei NON interessano…quindi lei potrebbe capire una cosa per un altra, lui lavora per gli amici di Nola e se c’è lo avrebbe detto NON glielo avremmo mai permesso perché ranucci a noi NON ci ha fatto niente e questo sono guai che NON vogliamo…”

Nell’ordinanza, gli investigatori attribuiscono il messaggio a un altro pregiudicato locale, un certo Davide Netti, al quale Passariello avrebbe raccontato la vicenda della bomba. Il coinvolgimento del clan Moccia non è accertato per il momento e gli inquirenti hanno scelto – giustamente – di adottare le dovute cautele nel valutare il messaggio “anonimo”. Il clan Moccia è uno dei clan camorristici più potenti nel panorama nazionale. Originari di Afragola ma con base a Roma ormai dagli anni ’70, i Moccia intrattengono saldi rapporti con il clan Senese di Michele ‘o Pazzo, anche detto il “Re di Roma”.

Dalle intercettazioni emerge che Passariello è in contatto con Salvatore Cava, detto Totore, boss del clan Cava di Quindici, sempre in provincia di Avellino, un gruppo camorristico che è stato a lungo alleato dei clan Alfieri e Russo di Nola, oltre che dei Moccia di Afragola.

Un ulteriore elemento di mistero proviene da un’intercettazione in cui D’Avino, parlando con la De Filippis e Passariello, afferma: “Quello ha detto a quello che non dobbiamo proprio farlo arrivare a Corrado…”. Resta da chiarire chi sia questo “Corrado” e se occupi una posizione di rilievo nella catena di comando che ha pianificato l’attentato.

Gli sviluppi. L’affaire Lavitola (aggiornamento del 11.07.2026)

Secondo il decreto di perquisizione depositato presso il Tribunale di Roma dal PM Edoardo De Santis il 4 luglio 2026, il mandante della bomba collocata sotto casa di Sigfrido Ranucci il 16 ottobre dell’anno scorso sarebbe Valter Lavitola, personaggio tristemente noto per i suoi trascorsi giudiziari, da latitante e nelle patrie galere.

Chi è Lavitola

Nato a Salerno il 16 giugno del 1966, Valter Lavitola è il figlio di Giuseppe Lavitola, rinomato medico napoletano che alla fine degli anni 70 firmava finte perizie psichiatriche per evitare la galera a camorristi quali Michele ‘o Pazzo’ Senese (Toh! Chi si rivede) e a Raffaele Cutolo.

Lavitola Jr. ha costruito la sua carriera su una spiccata capacità di tessere relazioni tra mondi apparentemente distanti: massoneria (già a 18 anni nella loggia “Aretè”), socialismo craxiano e, infine, il centrodestra berlusconiano. Laureato in Scienze Politiche, ha sempre cercato un ruolo da protagonista, tentando senza successo l’elezione al Parlamento (nel 2004 con Forza Italia e nel 2008 venendo bloccato dai vertici del partito, Ghedini e Letta).

Il caso dell’Avanti! e la “fabbrica” di contributi

Nel 1996 Lavitola fonda la cooperativa International Press, che rileva il quotidiano Avanti!. Per aggirare i diritti storici della testata socialista, Lavitola gioca d’astuzia: registra il giornale come L’Avanti! (con articolo e apostrofo), rendendolo graficamente identico all’originale ma legalmente distinto. L’operazione gode di coperture politiche trasversali, beneficiando dell’appoggio di esponenti come Renato Brunetta, Fabrizio Cicchitto e Giuliano Cazzola, che avevano transitato dal PSI verso il centrodestra. Il giornale, diretto da Sergio De Gregorio (fondatore del movimento “Italiani nel Mondo”), diviene presto uno strumento di manovra politica. Tra il 1997 e il 2009, la testata ottiene 23,2 milioni di euro di contributi pubblici all’editoria. Nel 2015, la Corte dei Conti condannerà Lavitola e De Gregorio a restituire allo Stato oltre 23,8 milioni di euro, sancendo il carattere illecito di quei finanziamenti. Se questi soldi siano ritornati effettivamente nelle casse dello Stato non è dato sapere.

Il dossieraggio contro Fini e il legame con Berlusconi

La vicinanza “millantata” ma costante al premier Silvio Berlusconi permette a Lavitola di trasformare il suo giornale in un ariete contro gli avversari politici. L’episodio più noto è la pubblicazione, nel 2010, di documenti segreti provenienti dallo Stato caraibico di Santa Lucia riguardanti la casa di Montecarlo, intestata a Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini. L’operazione, finalizzata a colpire Fini nel momento di massima rottura politica con Berlusconi, vide Lavitola viaggiare ripetutamente verso l’isola caraibica a bordo di aerei di Stato, sollevando dubbi sulla reale natura della sua attività di “faccendiere” vicino ai vertici del Governo.

La tentata estorsione al Premier

Nonostante il rapporto di vicinanza, la dinamica tra Lavitola e Berlusconi era venata di ombre. Nel 2013, Lavitola viene condannato in via definitiva a 2 anni e 8 mesi per tentata estorsione: aveva chiesto 5 milioni di euro al Cavaliere per garantire il silenzio su scottanti dettagli relativi all’inchiesta di Bari sul giro di escort coinvolgenti l’ex premier e il suo ‘reclutatore’, Gianpaolo Tarantini – poi condannato per corruzione, cessione di droga, prostituzione e via discorrendo. I soliti amici del Cavaliere.

Panama: corruzione internazionale e latitanza

L’inchiesta più complessa riguarda le attività a Panama. Lavitola è accusato di aver agito come mediatore di tangenti (denaro contante, vacanze di lusso, regali) a favore del governo locale, incluso il presidente Ricardo Martinelli, per favorire un appalto da 176 milioni di dollari per la costruzione di carceri. Il legame era talmente stretto che Lavitola ospitò Martinelli a Villa Certosa in assenza di Berlusconi.

Di fronte alle prime richieste di arresto nel 2011, Lavitola si rende irreperibile, dando inizio a una latitanza di 8 mesi. Il 16 aprile 2012 rientra in Italia e si costituisce, venendo trasferito nel carcere di Poggioreale.

La detenzione e le vicende processuali

Dopo l’arresto, le vicende giudiziarie si accumulano:

Truffa allo Stato: Nel 2012 patteggia 3 anni e 8 mesi per la vicenda dei fondi all’editoria.

Compravendita dei senatori: Nel 2015 viene condannato in primo grado a 3 anni per corruzione per aver partecipato alla manovra che portò alla caduta del governo Prodi (con Sergio De Gregorio – Italia dei Valori). In appello, tuttavia, il reato viene dichiarato prescritto.

Misure alternative: Nel marzo 2016, dopo 4 anni di reclusione tra Poggioreale e Secondigliano, ottiene il trasferimento agli arresti domiciliari, beneficiando di un percorso di espiazione che ha coperto i diversi reati accumulati negli anni.

Uscito dal carcere apre un ristorante a Monteverde (Roma) chiamato Cefalù Bistrò di Pesce. E’ qui che avrebbe incontrato Sigfrido Ranucci e ne sarebbe diventato amico – o almeno questo è quanto ribadito più volte dai due.

Il Decreto di Sequestro

Secondo il PM De Santis, Lavitola avrebbe dato mandato a tale Clesio Tavares Gomes – un suo impiegato, cittadino camerunense – di “individuare soggetti in grado di reperire esplosivo e farlo esplodere davanti all’abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci”. Oltretutto i due (Lavitola e Gomes) avrebbero partecipato a un “sopralluogo nei pressi dell’abitazione del Ranucci”.

Immediatamente Ranucci è stato messo in mezzo dai giornali di “partito” (Repubblica, Il Messaggero, Il Corriere, la stessa Rai, tutti gli altri…) e da molti suoi colleghi, come se la bomba sotto casa l’avesse messa lui, ovviamente senza mai esternare il sospetto chiaramente e senza uno straccio di prova. Obiettivamente la vicenda sta assumendo i contorni di una vergognosa gogna mediatica fatta di allusioni e ammiccamenti – a testimonianza che in Italia il giornalismo è morto e sepolto da tempo.

Sigfrido Ranucci
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