Nella Sicilia occidentale, gli ulivi di Nocellara del Belice appassiscono mentre l’acqua della diga Trinità, un invaso completato nel 1959, viene scaricata direttamente in mare. L’opera non può essere riempita a piena capacità perché, dopo 66 anni, manca ancora il collaudo ufficiale. Questo paradosso burocratico costringe gli agricoltori a costosi approvvigionamenti d’emergenza, mentre milioni di metri cubi di risorsa idrica vanno sprecati.
Mentre si consuma il dramma della diga, il 4 novembre 2025, i Carabinieri del ROS di Palermo hanno notificato a 18 indagati l’invito a comparire davanti al GIP per l’interrogatorio preventivo, come previsto dalla Riforma Nordio, che impone una conveniente – per l’indagato – interlocuzione con la difesa prima dell’eventuale applicazione di una misura cautelare.
L’indagine ha acceso i riflettori su quello che parrebbe un sistema reticolare di potere capace di drenare risorse pubbliche attraverso i settori vitali dell’Isola, compreso quello della gestione idrica e dei Consorzi di Bonifica. Al centro dell’inchiesta, che ipotizza i reati di associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta, si staglia la figura di Salvatore “Vasa Vasa” Cuffaro, l’ex governatore già condannato in via definitiva a sette anni per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.
Oggi a capo della Nuova DC — forza politica determinante per la tenuta della maggioranza di centro-destra all’Assemblea Regionale Siciliana (ARS) — Cuffaro è indagato insieme a figure di spicco della politica e dell’imprenditoria siciliana in un intreccio che, secondo gli inquirenti, ricalcherebbe vecchi schemi di spartizione. Una “recidiva” che non fa ben sperare per il “malato Italia”, dove sembra non esistere reato abbastanza grave da escludere un potente dalla gestione dei soldi dei contribuenti — il tutto, amaramente, in barba alla Nocellara del Belice.
“U sucu du discursu”: Il Consorzio di Bonifica
Il primo pilastro dell’inchiesta riguarderebbe proprio il Consorzio di Bonifica della Sicilia Occidentale – lo stesso che gestisce il ‘downstream’ dell’acqua proveniente dalla diga Trinità. Qui, il “sistema” avrebbe avuto il suo perno in Giovanni Giuseppe “Gigi” Tomasino, direttore generale dell’ente e uomo di strettissima fiducia di Cuffaro.
Secondo la ricostruzione dei magistrati, gli indagati avrebbero messo in atto una sottile manipolazione burocratica: Tomasino, pur avendone diritto, avrebbe rinunciato a presiedere le commissioni di gara. Tale mossa, lungi dall’essere un atto di trasparenza, gli avrebbe permesso di mantenere il potere di nominale i commissari di gara. In questo modo, il direttore avrebbe potuto selezionare profili ritenuti “compiacenti”, capaci di orientare l’assegnazione degli appalti verso imprese amiche, come quelle riconducibili all’imprenditore agrigentino Alessandro Vetro – già indagato ad Agrigento sempre per una storia di appalti pilotati.
Il “succo del discorso”, come lo definiva lo stesso Cuffaro in un’intercettazione, sarebbe stato il controllo su oltre 280 milioni di euro di fondi pubblici. Per blindare questo potere, la politica avrebbe persino varato una “norma sartoriale” all’ARS, modificando lo statuto del Consorzio per garantire la permanenza di Tomasino nel suo ruolo, nonostante le resistenze di alcuni alleati di governo.
Spulciando tra i documenti relativi allo stanziamento dei fondi di ‘coesione’ europei – cioè quelli relativi alla parte italiana delle risorse da spendere – risulta effettivamente che i 280 milioni sono già stati allocati all’ammodernamento dell’infrastruttura ‘downstream’ che dovrebbe distribuire l’acqua nella Sicilia occidentale. Per quanto riguarda invece il collaudo della diga se ne occupa la regione, anche se non è ben chiaro quando sarà possibile farlo, se mai.
La Sanità: Nomine e “Minchiate” varie
L’indagine si estende poi al settore che, da sempre, rappresenta il principale bacino di spesa della Regione: la Sanità. Gli inquirenti ipotizzano l’esistenza di una logica spartitoria per la nomina dei manager ospedalieri, dove le competenze tecniche passerebbero in secondo piano rispetto alla fedeltà politica.
E’ il caso del concorso a Villa Sofia: Cuffaro avrebbe ammesso davanti ai carabinieri e al GIP di aver commesso un errore — definito testualmente una “minchiata” — per favorire una candidata in un concorso per operatori sanitari presso l’ospedale palermitano. Una venialità, se non fosse che poi medici e infermieri sono gli stessi che curano i malati che si recano negli ospedali siciliani. Non è un caso se spesso i siciliani preferiscono saltare in auto e guidare fino a Roma o Milano per farsi curare.
L’appalto Dussmann
Un’altra delle gare, bandita dall’ASP di Siracusa, secondo l’accusa, sarebbe stata pilotata per favorire la multinazionale tedesca Dussmann Service in cambio di assunzioni e subappalti a ditte vicine alla politica. Cuffaro, in alcune dichiarazioni spontanee, avrebbe cercato di ridimensionare il suo ruolo, attribuendo la “spinta finale” ad altri esponenti politici, tra cui il coordinatore di Noi Moderati, Saverio Romano (anche lui indagato).
Per motivi di completezza, è necessario citare i precedenti e i filoni investigativi che vedono coinvolti i vertici territoriali della Dussmann Service S.r.l. in diverse regioni italiane. Sebbene la società abbia ufficialmente ribadito la propria estraneità e l’adozione di rigidi standard etici.
In Campania, un’inchiesta del settembre 2025 sulla gara d’appalto per i servizi di pulizia dell’Università Parthenope di Napoli vede sotto indagine l’institore per il centro-sud, Mauro Marchese, e la responsabile gare, Eugenia Iemmino. L’accusa ipotizza una turbativa d’asta legata a manovre corruttive per modificare il bando, con una presunta tangente pari al 4% del valore dell’appalto (circa 160.000 euro). Inoltre, a novembre 2025, è emerso lo “strano caso” dell’EAV, dove il subentro accelerato della Dussmann in un appalto da 80 milioni di euro è finito sotto la lente delle procure e della Corte dei Conti per potenziali danni erariali e rischi di interdittiva.
In Sicilia, oltre al già citato filone dell’ASP di Siracusa, dove cinque dirigenti sono accusati di aver manipolato la gara per favorire la Dussmann in cambio di assunzioni e subappalti, la società domina il mercato regionale. Recentemente, ha fatto il “pieno” aggiudicandosi tutti e dieci i lotti del maxi-appalto da 227 milioni di euro per le pulizie negli ospedali siciliani, una vittoria che ha spinto le opposizioni all’ARS a chiedere verifiche approfondite per prevenire possibili infiltrazioni.
Questi episodi, uniti alle intercettazioni che mostrano contatti frequenti tra i manager Dussmann (tra cui Marchese e il commerciale Marco Dammone) e i vertici politici indagati, descrivono un sistema radicato che, secondo gli investigatori, avrebbe operato per condizionare l’esito delle più importanti procedure pubbliche nel Mezzogiorno.
Il Ritorno delle Talpe
Da qualunque angolatura la si guardi, l’inchiesta sembra riproporre schemi già visti vent’anni fa. La Procura ipotizza l’esistenza di nuove “talpe” — funzionari infedeli nelle forze dell’ordine o nelle istituzioni — che avrebbero avvertito gli indagati delle indagini in corso. Un richiamo inquietante al passato giudiziario di Cuffaro, la cui condanna definitiva nel 2011 fu determinata proprio dal passaggio di soffiate riservate al boss Giuseppe Guttadauro.
Oggi come allora, il sistema avrebbe cercato di proteggersi infiltrando i gangli dello Stato, spostando il centro degli affari dai retrobotteghe mafiosi ai salotti della politica istituzionale, sfruttando il peso elettorale della Nuova DC e la sua posizione di alleato chiave del governo regionale guidato da Renato Schifani.
L’Ombra sul Ponte sullo Stretto
Il passaggio più allarmante dell’indagine riguarda però il futuro. Tra le pieghe degli atti, in una sezione parzialmente omissata, si farebbe riferimento a presunti interessi relativi al Ponte sullo Stretto.
Solo pochi giorni prima degli arresti, la premier Giorgia Meloni aveva ribadito l’impegno del suo governo per l’opera: “Sia chiaro, l’obiettivo resta”. Cuffaro le aveva fatto eco con entusiasmo, liquidando gli oppositori del progetto come “i nemici della contentezza”. La loro retorica dipinge il ponte come un simbolo di progresso. Ma per la Sicilia, la questione è più profonda: se un sistema capace di drenare centinaia di milioni è già in moto, cosa accadrà se lo Stato dovesse sbloccare miliardi per un unico megaprogetto?
Il sospetto degli inquirenti è che il “comitato d’affari”, già strutturato per gestire appalti idrici e sanitari, si fosse già posizionato per intercettare la colossale torta miliardaria del collegamento stabile tra Sicilia e Calabria.
Così, mentre la politica si divide tra il garantismo di facciata e le richieste di dimissioni delle opposizioni, resta il dato di fatto di una nazione malata con due fette di salame spesse mezzo metro appoggiate sugli occhi, dove soggetti già condannati per mafia prendono ancora decisioni politiche che influenzano la destinazione dei nostri soldi. Dove chi è già indagato fa incetta di ulteriori appalti. Dove aziende con un curriculum a dir poco sospetto accedono a centinaia di milioni di euro dei soldi dei contribuenti italiani.
E mentre i magistrati riascoltano le registrazioni cercando di distinguere la parola “soldi” tra i fruscii delle intercettazioni, nella valle del fiume Delia il rumore è un altro: è quello dell’acqua della diga Trinità che si perde in mare, mentre il tempo — e la Sicilia — restano fermi a sessant’anni fa, in attesa di un collaudo che forse non è mai stato l’obiettivo di nessuno.

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Cuffaro Richiesta Applicazione Misure Cautelari Palermo 05 05 2025 Rgnr 9567-2023