La storia del terrorismo italiano degli anni di piombo è un intreccio di violenza politica, complotti internazionali e accordi segreti di Stato, spesso nascosti sotto il velo della “ragion di Stato”. Al centro di questo labirinto di verità taciute, l’inchiesta del giudice istruttore Carlo Mastelloni di Venezia, culminata nel 1989, e le successive indagini sulla scuola di lingue Hypérion a Parigi, hanno squarciato un velo su un presunto traffico di armi tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e le Brigate Rosse (BR), rivelando connessioni inquietanti e mettendo in discussione le versioni ufficiali.
L’Inchiesta Mastelloni: Armi e Il “Lodo Moro”
L’indagine del giudice Mastelloni prese le mosse da un episodio allarmante: il racconto della consegna, nel settembre 1979 sulle spiagge di Venezia, di una partita di armi automatiche ed esplosivo consegnata da uomini dell’OLP ai capi delle Brigate Rosse. L’inchiesta, nonostante il “segreto di Stato” invocato da diplomatici e funzionari dei servizi, portò alla luce l’ipotesi che esistesse un patto segreto tra l’Italia e l’OLP, ormai noto come “Lodo Moro”.
Questo presunto accordo, risalente al 1973, sarebbe stato mediato dal colonnello dei servizi segreti militari (SID, poi SISMI) Stefano Giovannone (“Il Maestro”), e prevedeva che l’Italia garantisse un sostegno politico all’OLP e agevolazioni per gli aiuti umanitari, in cambio dell’impegno palestinese a non compiere attentati sul suolo italiano e a non colpire interessi italiani all’estero. Un aspetto cruciale del patto, emerso dalle carte di Mastelloni, era il libero transito di armamento palestinese attraverso l’Italia e, in alcuni casi, persino la fornitura diretta di armi leggere da parte italiana, mascherata attraverso triangolazioni. Una “politica parallela” guidata dalla paura del terrorismo e dal timore di rimanere a secco di petrolio, e che avrebbe visti coinvolti alti esponenti politici dell’epoca.
Hypérion e la “Pista Francese”: Il Ruolo del Superclan
L’inchiesta veneziana si intrecciò in modo significativo con le indagini sulla scuola di lingue Hypérion, nata a Parigi nel 1977. Fondata da figure legate all’estrema sinistra milanese degli anni ’60, come Vanni Mulinaris, Duccio Berio e Corrado Simioni (già parte del Collettivo Politico Metropolitano, considerato dagli inquirenti il gruppo da cui nacque il progetto BR), Hypérion divenne ben presto oggetto di sospetti da parte della magistratura italiana. Simioni, Berio e Mulinaris, in seguito a presunte divergenze con l’ideologo delle BR Renato Curcio, avrebbero fondato un gruppo alternativo chiamato “la Ditta”, oppure il “Superclan”.
L’accusa contro Mulinaris, arrestato a Udine nel febbraio 1982, fu mossa dal “pentito” Michele Galati, capo della “colonna” veneta delle BR. Galati rivelò l’esistenza di una rete che avrebbe fornito assistenza ai latitanti di tutte le organizzazioni combattenti europee ed extraeuropee, gestito contatti con l’OLP di Arafat, e, soprattutto, sarebbe stata responsabile dell’invio di armi palestinesi alla colonna veneta delle BR nel 1979. Queste rivelazioni furono poi corroborate da altri “pentiti” come Antonio Savasta, Emilia Libera e Marina Bono, i quali indicarono Mario Moretti, capo delle BR, come l’unico tramite con Hypérion e Vanni Mulinaris come l'”ideologo” incaricato di convincere Yasser Arafat a fornire armi alle BR.
La “pista francese” si rafforzò nell’idea degli inquirenti che Hypérion facesse parte di una rete che la collegava sia ai servizi segreti francesi che all’OLP, godendo di importanti coperture, tra cui quella fornita dall’Abbé Pierre (zio di Françoise Tüscher, co-fondatrice di Hypérion). Le indagini ipotizzarono l’esistenza di contatti con ambienti diplomatici francesi che facilitavano l’accoglienza di latitanti italiani, e con l’estrema sinistra francese. Il giornalista Jean-Louis Baudet, ad esempio, fu sospettato di essere il trait d’union tra diversi gruppi armati e l’OLP, responsabile della fornitura di armi transitate attraverso Hypérion, e si ipotizzò che lavorasse per i servizi segreti francesi.
Il Ruolo di Abu Ayad e le Ambivalenze del Lodo Moro
L’inchiesta Mastelloni mise sotto accusa per traffico d’armi verso le BR figure di spicco dell’OLP, tra cui Abu Ayad (Salah Khalaf), responsabile dei servizi di sicurezza, e Abu Jihad (Khalil al-Wazir), comandante militare (per Arafat fu chiesta l’assoluzione per insufficienza di prove). Questi uomini, molto vicini a Yasser Arafat, furono accusati di aver fornito alle BR mitra Sterling, lanciarazzi ed esplosivi nel settembre 1979.
Se da un lato Arafat in persona intervenne contro le Brigate Rosse durante il sequestro di Aldo Moro (1978), sconfessando il loro operato, dall’altro alcuni dei suoi più stretti collaboratori avrebbero flirtato con i terroristi italiani.
Un episodio emblematico, sempre ricostruito dall’inchiesta Mastelloni, riguarda Domenico Del Giudice, alto funzionario del Ministero degli Esteri. L’8 marzo 1984, Del Giudice ricevette all’aeroporto di Ciampino proprio Abu Ayad, informandolo che su di lui pendeva un mandato di cattura e omettendo di comunicare la sua reale identità alla polizia, che lo identificò grazie a un passaporto diplomatico algerino intestato a un nome falso (vi ricorda qualcosa?). Questo episodio evidenzia la rete di protezioni e connivenze che avrebbe garantito l’impunità a figure chiave in un contesto di “politica parallela”.
La Difesa di Mulinaris e il Conflitto tra Sistemi Giudiziari
Il caso Mulinaris divenne emblematico di un conflitto tra diverse culture giuridiche. La difesa, affidata agli avvocati francesi Jean-Jacques de Félice e Irène Terrel, si scontrò con le “metodi adottati dalla magistratura italiana”, che a loro avviso, in un clima di “stato d’urgenza” e “guerra al terrorismo”, ricorrevano a prove indiziarie, uso dei “pentiti” (spesso accusati di aver formulato accuse dopo il proprio incarceramento) e abuso della detenzione preventiva.
De Félice e Terrel denunciarono l’arresto di Mulinaris come una “nuova Affaire Dreyfus”, frutto di “rumeurs” e di un “teorema” (come quello del giudice Pietro Calogero nel processo del 7 aprile contro Toni Negri) basato sulla presunzione di vasti legami internazionali delle BR. Nonostante le difficoltà e la reticenza di alcuni colleghi italiani, la difesa militante di de Félice, che comprendeva anche la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e l’appello al Consiglio d’Europa, ottenne dei risultati, portando alla scarcerazione di Mulinaris nel novembre 1984, pur tra successive nuove accuse. Alla fine, l’intera vicenda giudiziaria contro Mulinaris si sgonfiò, portando all’assoluzione di tutti gli accusati nel maxi-processo contro il terrorismo rosso nel 1989.
L’Eredità di un Periodo Oscuro
Le complesse dinamiche emerse dalle inchieste come quella di Mastelloni e dal caso Hypérion rivelano una verità scomoda: lo Stato italiano, nel tentativo di assicurarsi vantaggi geopolitici ed economici, ha intrapreso sentieri tortuosi, scendendo a patti con attori ambigui e contribuendo a creare un clima di opacità e sospetto.
Il legame tra OLP e BR, mediato da personaggi come Mulinaris e probabilmente favorito da un contesto di “Lodo Moro”, rimane uno dei capitoli più controversi della storia del terrorismo di di sinistra. La difficoltà di distinguere tra azione politica, attività di intelligence e pura criminalità ha lasciato strascichi duraturi, influenzando la percezione pubblica della giustizia e la fiducia nelle istituzioni. La “guerra per ogni mezzo” contro il terrorismo, seppur efficace nel debellare le BR, ha sollevato interrogativi sulle violazioni dei diritti e sull’esistenza di una “zona grigia” in cui politica e servizi segreti operavano al di là della legalità formale, un’ombra che continua a proiettarsi sul dibattito pubblico italiano.

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Armi Olp Br Sentenza Venezia 20 06 1989 Rg 204-1983