Tra l’ora d’aria nel carcere di Ascoli Piceno, le microspie ambientali, la rabbia del 41 bis e i fantasmi di una stagione che non finisce mai di riscriversi, si inserisce oggi una nuova, clamorosa scossa giudiziaria.
C’è un paradosso kafkiano che attraversa la storia giudiziaria italiana degli ultimi trent’anni: i segreti più inconfessabili dello Stato, dei patti occulti e delle stragi mafiose non sempre emergono da verbali di pentiti dal passato verificato, ma a volte filtrano dalle battute rubate durante l’ora d’aria, tra una lamentela per la pulizia della cella, una partita di calcio in tv e il cibo consumato dietro le sbarre, per poi trasformarsi in clamorose offerte di collaborazione processuale.
È quello che è successo prima tra il febbraio del 2016 e il marzo del 2017 nel carcere di Ascoli Piceno, e che oggi trova un seguito imprevedibile nell’agosto del 2026 nell’ambito del procedimento sulle stragi del 1992 a Caltanissetta. Protagonista assoluto è sempre lui: Giuseppe Graviano, il boss di Brancaccio, ergastolano al 41 bis, mente raffinata e spietata di una stagione di piombo che ha cambiato per sempre il volto del Paese.
Ascoli Piceno: la telecamera c’è, ma il boss “sbraca”
Febbraio 2016. Gli investigatori della DIA accendono le microspie e installano un nuovo impianto di videosorveglianza all’avanguardia, capace di registrare anche l’audio. Graviano se ne accorge quasi subito. Durante i colloqui con il suo compagno di passeggio, il camorrista Umberto Adinolfi, indica l’occhio elettronico, abbassa la voce, ammonisce il complice: “Sono degli spioni”.
Eppure, nonostante la certezza di essere spiato, accade l’impensabile. Il guardingo e scaltro boss di Brancaccio a un certo punto “sbraca”. Comincia a parlare a ruota libera. E al centro dei suoi discorsi, consegnati a migliaia di pagine di trascrizioni depositate nei processi chiave come la Trattativa Stato-Mafia e ‘Ndrangheta stragista, finisce inevitabilmente Silvio Berlusconi, i rapporti con Marcello Dell’Utri e l’intreccio esplosivo tra mafia, politica e affari.
Il “tradimento” e il Paese nelle mani
Nei dialoghi intercettati, Graviano tratteggia un racconto che mescola affari, politica e vendette personali. Parla di cene, di accordi in vista della discesa in campo del Cavaliere e di una presunta richiesta esplicita: fare “una bella cosa” — le bombe, secondo l’interpretazione dei pm — per liberarsi dei vecchi politici e spianare la strada al nuovo corso.
Il tono del boss passa dalla fredda analisi alla rabbia cieca. Graviano si sente tradito. Nel gennaio del 1994, quando viene arrestato a Milano, era convinto di avere “il paese nelle mani”. Venti anni dopo, chiuso nel regime durissimo del 41 bis, accusa l’ex premier di averlo abbandonato e di aver fatto marcia indietro per denaro, arrivando a minacciare ritorsioni verbali e a lanciare avvertimenti dal sapore inequivocabile.
Verità o grande bluff?
Cosa c’è di vero in queste conversazioni? La risposta della magistratura e dei giudici che nel tempo si sono succeduti nei vari processi (da Palermo a Reggio Calabria) è complessa e densa di sfumature:
Nelle motivazioni di sentenze chiave, come quella emessa dalla Corte d’Assise di Reggio Calabria, i giudici hanno evidenziato come Graviano abbia “parlato e straparlato”, mescolando dati reali a circostanze inverificabili o palesemente romanzate (come la storia del concepimento di un figlio all’interno del carcere).
Per la magistratura, le dichiarazioni del boss non equivalgono a una vera e propria collaborazione con la giustizia — del resto, davanti ai pm, Graviano si è spesso avvalso della facoltà di non rispondere o ha scelto la strada delle dichiarazioni spontanee e calcolate. Le lunghe passeggiate ad Ascoli Piceno appaiono piuttosto come un misto di frustrazione per le condizioni carcerarie, delusione per le aspettative tradite della politica e, soprattutto, un segnale obliquo lanciato all’esterno. Un modo per ricordare al Paese che lui sa, che possiede frammenti di verità indicibili e che la sua voce può ancora pesare come un macigno sugli equilibri della Repubblica.
La svolta di agosto 2026: Graviano vuole parlare a Caltanissetta
La vicenda giudiziaria ora si è arricchita di un capitolo imprevedibile. Nell’agosto 2026, a seguito dell’udienza del 15 giugno dinanzi al GIP di Caltanissetta per il procedimento a carico di Marcello Dell’Utri, la difesa di Giuseppe Graviano (tramite l’avvocato Antonio Sanvito) ha depositato una comunicazione ufficiale per segnalare la netta disponibilità del boss a essere sentito dagli inquirenti.
Graviano non solo intende ripetere quanto già dichiarato davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria nell’ambito del processo ‘Ndrangheta stragista — confermando i dettagli sui presunti patti economici di famiglia con Silvio Berlusconi, sugli incontri milanesi e sul profondo senso di tradimento politico —, ma si è detto pronto ad aggiungere nuovi elementi sui mandanti esterni delle stragi e sui rapporti tra mafia e politica.
Una mossa che ha spinto l’avvocato Fabio Repici (legale di Salvatore Borsellino e unico opponente alla richiesta di archiviazione) a presentare un’istanza formale al GIP Santi Bologna e alla Procura affinché la richiesta di archiviazione venga revocata e si proceda a un incidente probatorio per escutere Graviano nel pieno contraddittorio tra le parti, puntando dritto sui nodi irrisolti della strage di via d’Amelio e sui legami con Dell’Utri e Berlusconi.
Lo sgambetto alla Procura e il nodo del dossier “Mafia – Appalti”
Questa apertura a sorpresa arriva come uno sgambetto clamoroso nei confronti della Procura di Caltanissetta e delle sue mosse. Per l’ennesima volta, infatti, il PM aveva spinto per l’archiviazione del procedimento sui mandanti esterni, scontrandosi però con il fermo diniego del GIP, intenzionato a non seppellire la verità sotto il tappeto.
La dinamica richiama i tentativi di chiusura forzata legati al famigerato dossier ‘Mafia – Appalti’. Nell’introdurre quel dossier è doverosa una premessa: l’estate del 1992 ha segnato una delle pagine più oscure della storia italiana, con le stragi di Capaci e Via d’Amelio che strapparono alla vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Dietro a questi eventi tragici, si cela l’indagine condotta dal ROS dei Carabinieri di Palermo a partire dall’estate del 1989, che prometteva di scoperchiare il vaso di pandora degli appalti in Sicilia e in Italia: centinaia di miliardi di lire dei contribuenti che, grazie a una classe dirigente marcia fino al midollo, andavano a ingrassare le tasche dei mafiosi, dei costruttori del Nord e di politici corrotti. Con la morte dei due giudici, l’indagine perse vigore, tra insabbiamenti e la volontà dei poteri forti di dimenticare tutto.
Oggi c’è chi indica il dossier Mafia – Appalti come l’unico movente per l’uccisione dei due magistrati, sostenendo che cercare mandanti occulti sia un esercizio futile e complottista. Ma è davvero credibile che Cosa Nostra abbia agito da sola? Ridurre la stagione delle stragi a una mera dinamica mafiosa interna ignora la complessità del contesto, i legami tra Cosa Nostra ed eversione nera (NAR, Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo) e i settori deviati delle istituzioni tenuti insieme dalla loggia P2. Trattare quel dossier come il “Santo Graal” dello stragismo serve solo a giustificare archiviazioni seriali e a fare il gioco di chi — come la Commissione parlamentare antimafia guidata dalla presidenza Chiara Colosimo (l’amica di Luigi Ciavardini) — tenta in tutti i modi di chiudere la vicenda dei mandanti esterni.
Il mistero dell’agenda rossa e le minacce ai magistrati
La ricerca della verità sulla strage di via d’Amelio è indissolubilmente legata alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, un furto considerato il primo e fondamentale atto di depistaggio, orchestrato per far sparire i documenti in possesso del giudice dopo che questi aveva dichiarato di essere “testimone” sulla morte di Falcone.
Oggi, l’attenzione sui mandanti esterni si concentra su piste cruciali, evidenziate anche dalle condanne a morte rivolte dai boss Salvatore Riina e Matteo Messina Denaro al magistrato Nino Di Matteo, colpevole di essersi “spinto troppo oltre”. La Procura di Caltanissetta e la Commissione antimafia dovrebbero ripartire dagli spunti di processi come il Borsellino ter e la Trattativa Stato-Mafia, riconoscendo che i mafiosi non sono stati che il braccio armato di poteri occulti e imprenditori rapaci.
Una storia infinita e scomoda
Le parole di Graviano, le microspie di Ascoli Piceno e la sua improvvisa disponibilità a parlare rappresentano un macigno sugli equilibri di una Repubblica che non ha mai fatto i conti fino in fondo con le proprie fondamenta stragiste.
A “spasso” tra i verbali, le intercettazioni e le carte processuali, ci si muove in un labirinto dove la cronaca giudiziaria si confonde con il romanzo noir. Le parole di Graviano continuano a far tremare i vetri della storia recente, alimentando il sospetto che i veri mandanti occulti di quella stagione siano destinati a rimanere protetti da un velo di opacità.
Nel frattempo, il boss resta lì, chiuso nel suo carcere duro, in attesa che qualcuno colga il messaggio o che la giustizia trovi la chiave definitiva per separare il bluff dalla realtà.

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